La Regione Piemonte ha già una modernissima Legge Quadro sull’Agricoltura, perchè buttarla alle ortiche?

Intervista a Walter Ottria della Commissione regionale per l’agricoltura: “La legge c’è, ora occorre tessere le reti di filiera, ma con la nostra legge tuteliamo anche l’agricoltura contadina”.



La Legge quadro sull’agricoltura

La legge quadro sull'agricoltura discussa a Costa Vescovato
Roberto Schellino – Giorgio Ferrero – Walter Ottria

Ho seguito da vicino le fasi conclusive dell’iter che ha portato alla Legge quadro, al cosiddetto Testo Unico sull’Agricoltura (finalmente anche quella Contadina) della Regione Piemonte, con l’auspicio che la nostra regione possa fare da apripista in Italia, in cui una legge simile la si rincorre dal 2009.

Dell’argomento avevo già parlato più volte, lascio a voi i collegamenti ad almeno tre articoli:

Riconoscimento e tutela per l’agricoltura contadina, se non ora quando?
Approvata oggi la legge quadro per l’agricoltura della Regione Piemonte
Walter Ottria esprime soddisfazione per la Legge quadro sull’agricoltura in Piemonte

In pratica quello che mi è piaciuto della legge è che sia stata fatta ascoltando le istanze di tutti le categorie interessate alla questione, comprese le associazioni, che sono state proprio loro promotrici di alcune scelte risolutive, come quella sull’associazione fondiaria per garantire le colture sui terreni abbandonati. Se un territorio è coltivato nella sua interezza, si risolvono molti problemi legati al dissesto idrogeologico, alla proliferazione di fauna selvatica (i terreni incolti sono l’habitat naturale di molte specie selvatiche), di malattie e, non da ultimo, di impoverimento demografico, sociale e quindi economico dei territori.

Insomma, proprio per i territori marginali come il nostro quella legge è una ventata di ossigeno. Starei molto attento a metterla in discussione.

Qui di seguito le domande che ho posto a Walter Ottria, della Commissione agricoltura in Regione Piemonte, sull’iter seguito dalla legge quadro e su alcune delle sue caratteristiche.

Intervista a Walter Ottria

D) La Regione Piemonte si è dotata recentemente di una legge molto attesa dalle associazioni di categoria degli agricoltori. È stata una legge travagliata…

R) In realtà non è stata molto travagliata. Anzi a dir la verità l’ultimo atto, l’approvazione in Aula, è filato liscio e si è chiuso in un’unica seduta di Consiglio regionale: probabilmente è una delle poche leggi che hanno avuto questo privilegio. Si tratta di una legge di 110 articoli, non sarebbe stata possibile un’approvazione così veloce se tutte le forze politiche che compongono il Consiglio regionale non fossero state d’accordo.

Il grosso del lavoro è stato fatto nella Commissione agricoltura, dove le leggi si preparano; lì ogni forza ha contribuito ad arricchire la legge base proposta dall’Assessore. Quando si agisce con un obiettivo preciso e con una buona legge è più semplice riuscire a mettere tutti d’accordo.

D) Ci può spiegare meglio la questione dei terreni incolti. Essi rappresentano un pericolo da diversi punti di vista. Riuscirà la nuova legge a rendere coltivabili questi terreni?

R) Beh, questo è senza dubbio l’auspico. Già nel novembre del 2016 abbiamo approvato una legge che incentiva le associazioni fondiarie, ovvero favorisce le libere unioni fra proprietari di terreni pubblici o privati con l’obiettivo di raggruppare aree agricole e boschi, abbandonati o incolti, per consentirne un uso economicamente sostenibile e produttivo. Insomma, tra il 2016 e il 2019 abbiamo intrapreso una strada ben precisa; quella del recupero dei terreni che lasciati a sé stessi, possono diventare un pericolo sia per la possibilità che lì si sviluppino malattie, sia per la necessità di cura del territorio al fine di prevenire i danni dovuti a fenomeni atmosferici quali frane e alluvioni.

D) Quindi la proprietà privata è messa a rischio, voglio dire: magari alcuni dei terreni sono incolti solo temporaneamente. Cosa succede se un proprietario decide di riappropriarsi di un terreno di sua proprietà coltivato da altri?

R) No, assolutamente. La legge regionale sull’agricoltura non mette in pericolo la proprietà di un bene. I Comuni faranno un censimento per individuare le aree abbandonate. Una volta individuate i contadini potranno chiedere di utilizzarli. Lo faranno dopo aver presentato un piano colturale. Se il contadino sarà autorizzato a coltivare la terra lo potrà fare ma non potrà mai diventarne il proprietario. I legittimi proprietari non ci pagheranno più tasse sopra, ma se ne vorranno tornare in possesso dovranno riconoscere l’investimento fatto per la bonifica e la riconversione ad una nuova produzione.

D) Tornando alla Legge Quadro da voi approvata, come si pone nei confronti dell’agricoltura “industriale“? Viene da pensare che se si dà più spazio all’agricoltura contadina si penalizzi quella del 1° settore, quello che smuove i capitali maggiori.

R) Non è proprio così. Sono due canali diversi ma complementari e spesso per nulla in concorrenza fra loro. Il Piemonte ha eccellenti produttori di agricoltura cosiddetta industriale ma eccelle anche nell’agricoltura contadina, che produce piccole quantità di prodotti di altissima qualità e che per questo riesce ad essere attraente sia verso il mercato interno che verso l’export.

Il punto è un altro. Se per quanto riguarda l’agricoltura contadina essa ha bisogno di un supporto e di un’attenzione verso i piccoli produttori (si pensi ai controlli, alla burocrazia, etc.), quella industriale deve essere messa nelle condizioni di essere competitiva verso i competitor stranieri ed italiani seppur di altre zone d’Italia.

L’agricoltura contadina deve essere supportata rendendo più semplice la vita del piccolo imprenditore agricolo, dandogli la possibilità di vendere direttamente i prodotti che produce (a questo proposito un mio intervento all’interno della legge sull’agricoltura prevede questa possibilità, prima totalmente esclusa) o di aumentare i servizi che può erogare all’interno della sua azienda. La multifunzionalità è dunque la carta vincente per i piccoli produttori. Oltretutto questo vuole evitare lo spopolamento di zone marginali del Piemonte, altrimenti destinate alla desertificazione.

Viceversa, l’industria contadina ha necessità di ragionare per filiera. A questo proposito va incentivato un rapporto maggiore tra produttori e trasformatori che magari vivono a pochi chilometri l’uno dall’altro (magari in province limitrofe) ma che non si conoscono. A questo proposito in Provincia di Alessandria qualche anno fa si era pensato agli stati generali dell’agricoltura: sarebbe un’idea da riprendere, proprio perché ha permesso di mettere in contatto aziende che potevano lavorare alla creazione di un prodotto finito pronto per il commercio e l’esportazione.


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