Gianfranco Quiligotti – IL TIMORASSO E LA LUNA




Questo testo è stato redatto da Gianfranco Quiligotti con il contributo e la collaborazione di Walter Massa, principale protagonista della Storia del Timorasso.
Compare all’interno del volume a cura di Pier Paolo Poggio “Le tre agricolture. Contadina, industriale, ecologica” edito da Jaca Book, Milano 2015.

Gianfranco Quiligotti – IL TIMORASSO E LA LUNA

Il timorasso e la luna di Gianfranco Quilligoti

Il Timorasso e la luna

La storia recente del timorasso prende le mosse nella seconda metà degli anni ’80, primi anni ’90, è fatta di pochissimi nomi, di altrettanto esigue pertiche di vigna coltivate. Il vitigno era quasi scomparso, lo si trovava accanto ad altre uve nelle vigne storiche, spesso composte da decine di varietà, mai o quasi come monovitigno. Enio Ferretti, classe 1955, mi ha mostrato una foto della vigna del padre, scattata in un autunno degli anni ’80. Il ventaglio dei colori è sorprendentemente ampio, dal verde al giallo delle varietà più tardive, al rosso e al marrone di quelle precoci, già in veste autunnale, con tutte le sfumature possibili all’interno. La vigna di Enio è stata portata via dalla flavescenza dorata nella seconda metà degli anni ’90. I colli tortonesi ne furono l’epicentro nel Nordovest, all’interno degli stessi la Valle Ossona.

Dopo l’epidemia una norma impone di espiantare le vigne abbandonate, sorte che è toccata a molte viti. A Figino un giovane contadino ha preso in gestione piccoli appezzamenti di vecchie vigne, di una o due pertiche milanesi (Unità di misura locale, pari a 654 mq.) ciascuno. Ha effettuato il riconoscimento per mapparne la popolazione, la varietà dei ceppi è straordinaria. La biodiversità sicuramente rendeva la vigna più forte, meno esposta nel suo complesso ai capricci delle stagioni. Le viti hanno circa 60 anni, non ci sono impianti più recenti nell’area. Qua, come altrove, spesso, l’uva era piantata in singoli filari, al bordo dei campi, sui confini delle colture o delle proprietà. Il vino serviva innanzitutto a soddisfare la domanda di consumo familiare. Il timorasso, nella forte impronta ligure del dialetto locale è declinato al femminile, «timuassa», ed è solo un ricordo. Come nel caso della vigna storica di Enio le varietà a bacca nera sono presenti in netta maggioranza e rappresentano all’incirca l’80% della popolazione complessiva. Una trasformazione recente, se si pensa che alla fine dell’Ottocento la percentuale era di circa 50 e 50 [“Guida vinicola illustrata della Provincia di Alessandria”, Casale Monferrato 1991].

Il timorasso veniva vinificato assieme ad altri uvaggi a bacca bianca per produrre un vino bianco generico, una piccola parte venduta direttamente come uva da tavola. Il vino ottenuto veniva venduto sfuso a mercanti e produttori di zone limitrofe, come in generale accadeva anche per la barbera, il dolcetto, la croatina, consumati sotto altre denominazioni, scissi dal territorio, che rimaneva sconosciuto ai consumatori. Nella intervista rilasciata a Oscar Farinetti, Walter Massa cita Asti, Stradella, Milano quali mercati principali [O. Farinetti, “Storie di coraggio”, Mondadori, Milano 2013]. Fino agli anni ’80-90 del Novecento la piccola quantità di vino imbottigliato era destinata al consumo familiare ed erano pressoché unici i casi di etichettamento, nonostante la costituzione della Denominazione di origine controllata «Colli Tortonesi», nei primi anni ’70. Il primo ad imbottigliare ed etichettare un barbera dei colli tortonesi è stato Dino Mutti, agli inizi degli anni ’70 [Testimonianza di Walter Massa]. A Sarezzano imbottigliavano ed etichettavano i fratelli Bruno e Clemente Mogni [Testimonianza di Ottavio Rube]. Qualcosa avevano cominciato ad etichettare anche il giovane Ottavio Rube, tra i fondatori di Valli Unite, e Walter Massa, sul finire dello stesso decennio.

Con la ricostruzione del vigneto tortonese dopo le calamità della fillossera e della guerra viene dato campo ai rossi più richiesti dal mercato, si riparte con il barbera. Negli anni ’80-90 il timorasso era scomparso o quasi in un contesto di generale abbandono della campagna, dell’agricoltura, della superficie vitata, nonostante la vocazione storica, il vantaggio competitivo derivante dal portare sul mercato uva e vini sia bianchi che rossi. Gli ettari coltivati nei colli tortonesi sono passati da 8.000 a circa 2.000 nel corso del Novecento [Per queste informazioni e le seguente vedi O. Farinetti, “Storie di coraggio”, cit. Ho utilizzato inoltre le varie testimonianze lì raccolte]. Ma il consistente abbandono della terra negli anni del miracolo economico, proseguito nei decenni successivi, fino ad oggi, non sarebbe stato sufficiente alla completa marginalizzazione del timorasso. Esso presentava difetti enormi per la cultura contadina del tempo: la sua produzione è molto incostante, il vitigno è particolarmente sensibile al marciume grigio o botrite. Un vitigno difficile, soppiantato nei decenni dalla favorita, dal cortese a partire dagli anni ’70. Tuttavia la qualità dell’uva era riconosciuta e ricordata da molti vecchi, il nome continuava a circolare all’interno delle SAOMS.

Oggi gli ettari di timorasso sono circa 70, i produttori 25, le bottiglie prodotte oltre 250.000 ogni anno. Soprattutto, il vino ha trovato un suo profilo, conosce una certa notorietà, anche se sono molti i consumatori che alle fiere di prodotti locali, durante l’assaggio, si stupiscono ancora di trovarsi di fronte ad un vino bianco da invecchiamento. Si tratta di numeri piccoli, ma in
continuo aumento, che hanno impresso una scossa vivificante a tutto il mondo del vino e agricolo locale. Più in generale il timorasso sta legando il suo successo a quello di un territorio, di cui è espressione. Un pugno di vignaioli ne ha fatto la leva per dare un volto e una identità ad un territorio di frontiera, dai confini incerti, una espressione geografica, con una pluralità di nomi: colli tortonesi, Terre del Giarolo, area delle Quattro Provincie, Terre di Marca Obertenga, ma anche basso Monferrato.

Un vitigno difficile

La storia dei prodotti autoctoni, espressione di un territorio, cerca radici nel lontano passato per legittimare l’ingresso nel campo dell’enogastronomia, la scoperta e l’invenzione di cui sono fatti oggetto. Il Montebore trova una illustre traccia della sua secolare tradizione nel matrimonio tra Isabella d’Aragona e Gian Galeazzo Sforza nel 1489. Il formaggio a forma di torta nuziale, la stessa che troviamo oggi, è tra le portate del pranzo. Sul timorasso ha invece gettato un raggio di luce il “Trattato pratico di agricoltura“, del 1300, di Pier de Crescenzi. Tra le pagine del testo è saltata fuori una profezia che sembra parlare del presente, del futuro, caricandolo di attese messianiche: «Il gioiello della viticultura tortonese sono i vini bianchi. Essi avranno uno splendido avvenire».

Ma prima di fare coccodè la gallina doveva essere certa che le uova fossero d’oro. L’espressione è di Walter Massa, il principale artefice dell’invenzione del timorasso, come tutti i produttori gli riconoscono, come lo stesso non fatica ad attribuirsi. Classe 1955, nella seconda metà degli anni ’70 porta a termine gli studi in enologia e diventa responsabile della parte vinicola dell’azienda di famiglia, allora per una buona metà frutticola. Il vino era la parte debole dell’economia aziendale, che allora cresceva grazie alla frutta, alla pesca di Volpedo. Nel 1979 vinifica e imbottiglia la croatina in purezza, fino ad allora destinata a scomparire nella barbera, il suo primo importante vino. Comincia con un vino fuori dal coro, autoctono, ma difficile, imitando lo zio Renato Boveri. Nel 1985 inizia ad interessarsi al timorasso. In modiche quantità era presente nelle vigne di famiglia, circa 400 viti, e l’uva ottenuta finiva nel bianco. Nel 1987 trasforma il marchio dell’azienda in “Vigneti Massa“, rendendo più incisivo il nome, riprendendo nel logo la vanga del contadino, il leone di Tortona, l’albero della coltura e il sole della vita. Dello stesso anno la prima vinificazione di timorasso in purezza. Nel 1990 pianta il primo timorasso. Nel 1992 quello che possiamo considerare il primo grande riconoscimento, la telefonata del professor Attilio Scienza [Attilio Scienza, ordinario di Viticoltura ed enologia, Università di Milano, facoltà di Scienze agrarie e alimentari. Grazie al professor Scienza negli anni successivi sono stati avviati dei percorsi di ricerca e zonazione del timorasso], che aveva assaggiato il suo timorasso in un ristorante di Milano.

Ma perché il timorasso? Le motivazioni appaiono evidenti quando, con sotto mano i primi risultati, Massa diviene il promotore del timorasso sul territorio, dell’incontro con altri produttori per tracciare una retta, una rete, un confronto per arrivare ad un canone. Non appena sapeva di un produttore interessato al timorasso lo andava a cercare, per iniziare un confronto sulla coltivazione, sulla vinificazione, sul genoma. Il vino è politica, il timorasso doveva essere la leva attraverso la quale affermarsi singolarmente, come vignaiolo, e sollevare il territorio. Due obiettivi che potevano avanzare solo a braccetto.

Enio Ferretti, classe 1955, pianta il suo primo timorasso nel 1985. Il genoma, in gergo «legno», veniva dalla vigna di un amico di Sarezzano, innestato ad Acqui Terme dai fratelli Ponta. Le prime prove di microvinificazione con la Tenuta Cannona, Istituto sperimentale piemontese. La prima vendemmia nel 1988, lo stesso anno in cui esce dalla Cooperativa Valli Unite, per dedicarsi interamente all’azienda di famiglia, facendola sua. La molla scatta ascoltando i vecchi, nella SAOMS di Carezzano: accadeva spesso che parlassero bene del timorasso, ricordandone la qualità. Ma il primo passo si rivela presto sbagliato. La posizione della vigna, il terreno, non erano ottimali per il timorasso, che dà il meglio su terreni poco fertili, spalle soleggiate e ventilate, dove è naturalmente protetto dal marciume. Il vino ottenuto è interessante, ma c’è ancora molto da lavorare.

Lo stesso errore commesso da Ottavio Rube, classe 1953, quando pianta il suo primo timorasso nel 1991. Tra i fondatori di Valli Unite, dopo diverse stagioni passate sui monti dell’Appennino a fare il pastore, a fine anni ’80 torna stabilmente a Montesoro e decide di dedicarsi maggiormente al vino, meno all’allevamento, sul quale la cooperativa aveva inizialmente investito tutto. Esce con le prima bottiglie etichettate di vighet, bardigà e fiuta il nome timorasso: era nell’aria, per chi aveva i sensi bene aperti, «si cominciava a sentire qualche voce» [Testimonianza di Ottavio Rube]. I risultati con il timorasso furono tali da mettere il progetto in discussione all’interno della cooperativa, da rallentare la sperimentazione. La posizione, la terra, le incertezze sul modo migliore di lavorarlo, facevano sì che marcisse in gran parte. Il tiro venne aggiustato solo nel 1996 con un secondo impianto. Pochi anni, ma la gallina nel frattempo aveva fatto coccodè, altri produttori cominciano ad interessarsi al vitigno, il giro si allarga: tra la seconda metà degli anni ’90 ed i primi anni Duemila entrano in scena Paolo Poggio, Roberto Semino, Luigi Boveri, Daniele Ricci, Claudio Mariotto, la Colombera.

Ancora oggi Walter Massa rimprovera ad Ottavio Rube questi tentennamenti, sottolineando che «non ha creduto nel timorasso da principio» [È accaduto in occasione di «Il territorio parlato bevuto mangiato – Dibattito con alcuni artigiani produttori», relatori Eugenio Barbieri, Walter Massa, Ottavio Rube. Casalnoceto, 26 aprile 2013].

Del 1991-1993 le prime bottiglie etichettate da Enio Ferretti. Sicuramente il primo timorasso da uve biologiche prodotto sul territorio. Enio, Ottavio e le Valli Unite sono tra i primi produttori nelle Terre del Giarolo a convertirsi al biologico. Un percorso parallelo a quello del timorasso, in quanto a date, attori, cominciato alla metà degli anni ’80 e che porterà alla fine del decennio alla fondazione della associazione di produttori biologici «La strada del sale».

Per Andrea Mutti il timorasso è sempre esistito, nella sua veste dimessa di vitigno gettato alle corde da nuove varietà, più produttive, più semplici da gestire. Classe 1965, nella seconda metà degli anni ’80 frequenta l’Università di Scienze agrarie a Piacenza, specializzazione enologia. Un istituto privato che faceva pagare la sua qualità, frequentato come pendolare, da vero contadino. I genitori ogni anno gli chiedevano quando sarebbero terminati gli studi, non aspettavano altro che di averlo in azienda, la scuola vera, dove possibilmente dimenticare le belle nozioni apprese sui banchi. Nel 1988 comincia la tesi, un lavoro sulla interazione vitigno/ambiente per il pinot nero in Valle Scuropasso. Dal ministero arrivano i primi dispacci e fondi per studiare vitigni autoctoni. Il ricercatore che si occupava della cosa fa il nome del timorasso, ma nessuno sapeva dove trovarlo. «Timorasso! Io ne avrò 400 piante a casa… in un vigneto del 1927 perché coetaneo dello zio, piantato in quell’anno là. Ho io il timorasso». Un esperimento fallito nel clima della pianura piacentina.

Finita la tesi l’incontro con Walter, il sodalizio, la disponibilità a seguirlo, la condivisione del progetto. Nasceva il primo asse. Mutti ha piantato il primo timorasso nel 1991, senza sbagliare, data l’esperienza nel frattempo maturata da Walter Massa. Cominciano i viaggi nelle Langhe, nello Chablis e nella Côte-d’Or. La missione conoscere altri produttori, altri territori, capire perché una bottiglia di barbera usciva dalle cantine delle Langhe con un prezzo doppio o triplo di quello prodotto sui loro colli, senza che il consumatore si sentisse derubato, indipendentemente dalla qualità. La risposta viene cercata nel timorasso, un vitigno autoctono unico, attorno al quale ricostruire un territorio, dargli una dignità vitivinicola, un nome. Una impresa che richiedeva la partecipazione di altri produttori, soprattutto di fronte all’inerzia e al disinteresse delle istituzioni, come la Cantina sociale, il Consorzio di tutela, la Camera di commercio.

Ricorda Andrea Mutti: «La verità è che Walter diceva: non è tanto importante che la Cantina sociale ci creda, importante è Ottavio Rube. La Cantina sociale… tanto arrivano tutti, di riflusso. Invece l’onda la creiamo se portiamo Ottavio Rube, se ci credono alcune persone». Serviva una persona del posto, di grande credibilità, con una valenza politica forte.

La nuova viticultura nel Tortonese cresce dal basso grazie a un pugno di produttori, vignaioli intraprendenti, capaci di confrontarsi, collaborare ad un progetto. Figli di contadini che avevano deciso di rimanere e vedevano nel timorasso uno spiraglio per il futuro, la bandiera della cantina e del territorio, oltre ad una possibilità economica.

Cominciano gli incontri, per arrivare ad una partitura minima, un protocollo seguito da tutti, un prodotto riconoscibile. Le degustazioni avvenivano nella varie sedi aziendali, i vini assaggiati alla cieca, gli esperimenti meno riusciti discussi apertamente. Un vitigno difficile, problematico, nel campo e in cantina, da studiare anno per anno, per capire i punti critici, ma per questo interessante.

Un grappolo compatto

Il timorasso è un’uva a bacca bianca, dal grappolo a forma piramidale, con due o tre ali [Si veda la scheda tecnica disponibile all’indirizzo www.timorasso.it/scheda.asp]. La varietà che si è affermata a partire dalla Costa del Vento dei Vigneti Massa, riprodotta dai Vivai Rauscedo e da Paolo Santamaria di Ovada, dopo i primi tentativi sparsi, ha un grappolo compatto e una discreta produttività. È molto debole al fiocine dove il pedicello del raspo entra nell’acino: è da lì che parte il marciume. Può accadere che quando matura, prima della vendemmia, la pressione degli acini uno sull’altro, verso il cuore del grappolo, produca rotture degli stessi, umidità, quindi marciume. Un problema che aumenta se i terreni sono concimati in maniera sbagliata, poco equilibrata, come avveniva una volta, nell’era della quantità; oppure grassi, fertili, di fondovalle; se l’estate si fa umida, piovosa, poco soleggiata e ventilata. Oggi i nuovi vigneti vengono innestati e piantati su costoni esposti al sole, arieggiati, dove il terreno è magro, anche pietroso. D’altro canto nel Tortonese era diffuso sopra i 300 metri, fino a 500-600 metri, nella parti medie e alte delle valli Grue: Curone, Borbera, Ossona, Tassarre, Brignano Frascata, Polverola, Casasco, Garbagna, Figino, sono alcuni dei posti menzionati dai giovani produttori che cercarono il legno per riprodurre le varietà, fare barbatelle. Per dargli resistenza, prevenire il marciume, in primavera, dopo l’allegagione, quando il grappolo fa ancora fotosintesi come le foglie, la vigna viene sfogliata. L’intimità con il vitigno, le cure maniacali, sempre necessarie per chi lavora sulla qualità, sono indispensabili per chi lavora in agricoltura biologica, biodinamica, artigianale, rinunciando a prodotti di sintesi.

In cantina il timorasso ha bisogno soprattutto di tempo. La sua struttura necessita di un anno di affinamento prima di entrare in bottiglia, una delle regole auree, voluta da Massa, divenuta protocollo. Oggi viene affinato anche in legno di acacia, fatto macerare con le sue bucce, invecchiato più anni, piantato ad altitudini estreme, tutti tentativi nobili da guardare con attenzione. Nelle cantine è arrivata la pressa soffice che permette un trattamento del raspo e dell’acino molto più delicato, si passa da una pressione di 200-300 atmosfere ad una carezza da 1,5 atmosfere, esaltando la qualità del succo. Uno strumento che ha arrecato grandi benefici anche nella vinificazione delle uve nere. C’è chi associa la buona riuscita del timorasso anche ai cambiamenti climatici, che hanno giocato a favore, con estati più calde e asciutte. Il timorasso raggiunge normalmente gradazioni da vini rossi, tra i 14 ed i 15 gradi di alcool. Diradamenti e lavori sulla parte vegetativa della vite, estati calde, hanno portato ad un generale innalzarsi della gradazione alcolica nei vini. Nel timorasso tuttavia è supportata da un estratto secco molto elevato, da vino rosso, che dona equilibrio a questo vino un po’ estremo: con 20 grammi litro di estratti l’alcool si sente molto meno che in un cortese che raggiunge i 12 gradi alcolici. I limiti di legge per il vino bianco sono di un minimo di 15 grammi litro, per il vino rosso di 18. Nel disciplinare del timorasso è stato accolto un limite di 17, anche se la proposta era 18 grammi litro.

Una rivoluzione colturale

La riscoperta del timorasso avviene in anni interessanti per il vino e l’agricoltura contadina delle Terre del Giarolo e più in generale italiana. Compaiono sulla scena parole come autoctono, biologico. Nel 1986 nasce Slow Food, con il nome di Arcigola. Oggi promuove «Quatar pass per Timurass» [Quattro passi per Timorasso], arrivata alla quinta edizione. Sul territorio alcuni produttori imboccano con decisione l’agricoltura biologica, la promuovono. Nel 1989 gli incontri informali si trasformano in una associazione, «La strada del sale», che dal 1992 farà uscire annualmente una rivista omonima. Si aprono mondi inaspettati: contatti con professori e tecnici, che si prodigano in consigli, esperimenti; incontri con altri produttori e trasformatori di materie prime, in giro per il Nord Italia. Soprattutto relazioni in entrambi i sensi con la città: i primi negozi di prodotti biologici, a Torino, dove vendere i prodotti agricoli, da una parte; i primi agriturismi, molti dei quali biologici dall’altra, come la Cascina Buia, Valli Unite, La Vecchia Posta. Una vetrina viene aperta dalla stessa associazione a San Sebastiano. L’esperimento fallì abbastanza in fretta, forse per essere troppo in anticipo rispetto alla rivoluzione del gusto nel senso del buono, pulito e giusto lanciata da Sloow Food. Ma intanto le valli cominciano ad essere frequentate da persone attente alla produzione agricola di qualità, da studiosi che si fanno interpreti dei cambiamenti in corso, da consumatori critici che vogliono comprare direttamente dai produttori ciò che consumano e che nei primi anni ’90 cominceranno ad unirsi in gruppi di acquisto solidale. L’abbronzatura dei contadini non è più un marchio di infamia, all’interno di esperienze certamente minoritarie, diviene addirittura bella [Testimonianza di Ottavio Rube. Vedi M. Calegari, “La porta aperta“, Selene Edizioni, Milano 2001]. Arrivano giovani, italiani e stranieri, si fermano più o meno a lungo, tornano, alcuni sono ancora sul territorio oggi.

Gradualmente il territorio scopre altri prodotti autoctoni. Il 1999 è l’anno del formaggio Montebore. Nascono il consorzio del salame nobile del Giarolo, della carne all’erba. Nel settore del vino la scossa impressa dal timorasso, dall’ingresso sulla scena di un prodotto nuovo, unico, espressione del territorio, ha dato impulso alla ricerca e allargato l’interesse verso altri vecchi vitigni, come la moradella, la slarina o cenerina, la malvasia muschiata, il citronino, con la speranza di trovare strutture e caratteri altrettanto interessanti. Soprattutto ha dato forza e dignità a vini presenti sui colli tortonesi come la barbera, la croatina, il dolcetto, che faticavano a scrollarsi di dosso la subalternità a denominazioni affermate nella mappa culturale dell’enogastronomia. Sul territorio sono arrivati premi a valenza internazionale, riconoscimenti come i Tre bicchieri, Cinque grappoli, il Sole di Veronelli.

Tra economia morale e collaborazione competitiva

Sono aziende di piccole dimensioni, le più grandi superano di poco i 20 ettari di superficie vitata ma le più piccole hanno uno, due, tre ettari di vigna. Nel complesso la superficie vitata continua a diminuire, al suo interno aumenta quella a timorasso. Numeri molto piccoli, ma estremamente significativi sul territorio. Nelle realtà prese in considerazione, il vino è prodotto da vignaioli, la proprietà non è scissa dalla gestione, la vigna dalla cantina. Un orgoglio essere vignaioli, artigiani, artefici dei propri prodotti, che unisce produttori convenzionali e biologici, biodinamici e naturali. La ricerca sulla qualità, la valorizzazione di prodotti e gusti legati al territorio, la riflessione imposta dall’agricoltura ecologica sull’uso dei prodotti chimici, sull’intervento tecnologico in vigna ed in cantina, hanno portato gli artigiani-produttori verso una «agricoltura ragionata», molto attenta all’impatto su salute, sapori, ambiente, indipendentemente da quelle che da molti punti di vista vengono considerate «etichette» di comodo. La sostanza è che anche i produttori convenzionali attenti al gusto, alla qualità, praticano una agricoltura più ecologica che in passato, che in molti casi non teme confronti con chi si definisce biologico o altro.

La dimensione aziendale, la marginalità dei colli tortonesi, la non semplice identificazione in un prodotto, un simbolo, un nome, l’orgoglio di essere vignaioli, sembrano favorire un ethos condiviso, di cooperazione competitiva, che si traduce in un impegno comune verso il territorio. Nonostante gli acuti, siamo lontani da quelle «zone di improvviso benessere» che denunciava Bartolo Mascarello con ironia in riferimento alle Langhe. Con un gesto eloquente del corpo che ruota le spalle, curva la schiena, a celare qualcosa, viene deriso l’atteggiamento del contadino-imprenditore avido e chiuso che nasconde il suo segreto nel grembo, lo protegge dallo sguardo altrui. Solo dando un nome al territorio il vino e l’agricoltura avrebbero potuto crescere, l’interesse collettivo ha coinciso con l’interesse individuale, l’invenzione del timorasso, una speranza per decine di produttori, una promessa per giovani insediati, una scommessa per tutti.

Nel 1999 si arriva alla costituzione del “Consorzio Piemonte Obertengo“. Il nome è proposto dalla stesso Walter Massa che per definire il timorasso ha registrato il marchio Derthona concedendolo in utilizzo a tutte le aziende che si attengono al protocollo e ritengono di proteggere il vino prodotto legandosi al territorio. Serviva un nome per chiudere il cerchio magico dei colli tortonesi, per affermare l’esistenza di qualcosa tanto materiale quando impalpabile come un territorio, nel dare un volto ad una espressione geografica ai margini del Piemonte. La forma consortile permette di accedere a contributi per il settore, acquistare moderne imbottigliatrici ed etichettatrici. Oltre a migliorare la produttività i macchinari permettono di lavorare con l’igiene richiesto dai vini di qualità. Anche piccoli produttori con aziende di pochi ettari possono così avvalersi di mezzi all’avanguardia, confezionare le bottiglie e competere come le grandi cantine. Partiti in 18 oggi sono 21 i vignaioli che aderiscono al Consorzio, coltivano una superficie di circa 300 ettari e commercializzano oltre 500.000 bottiglie. Nel frattempo si è instaurato un ottimo dialogo e collaborazione con la Cantina sociale, il Consorzio di tutela, le istituzioni locali.

Se c’è una generazione di contadini che merita il titolo di «nuovi», sembra proprio questa: si incontrano, dialogano nelle varie fiere, formano cooperative, consorzi, associazioni, per parlare, confrontarsi, costruire un territorio. Si aprono ai cittadini, alla stampa, capiscono l’importanza culturale ed economica dei rapporti con la città. Attirano giovani, italiani e stranieri. Tutti gli stigmi che gravano sulla schiena dei contadini sembrano dissolversi nell’aria, per i colli tortonesi comincia una nuova storia. È il signor timorasso ad indicarne le tracce a ritroso, ma non è che il dito, oltre c’è la luna: ed è il territorio stesso.

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