Armando Bergaglio. Il tartufo nella storia di Tortona





Da secoli il tartufo tortonese è un prodotto apprezzato e ricercato.

“I TARTUFI BIANCHI DI SQUISITA BONTÀ…”

maestro Armando BergaglioIl tartufo tortonese sta riacquistando il suo antico prestigio. D’altra parte il nostro territorio è da sempre una terra da tartufi. E di ottima qualità. Per questo essi erano molto ricercati: ne acquistavano i viaggiatori di passaggio in città oppure erano gli stessi Tortonesi che li mandavano in località lontane. Erano una moneta preziosa per ottenere favori o per ingraziarsi persone o, più semplicemente, per coltivare amicizie. A Milano, poi, nelle mense ducali presso la corte dei Visconti o degli Sforza, i tartufi, assieme a funghi e robiole del
Tortonese, godevano di particolare prestigio e rinomanza, come mostrano documenti trovati dagli storici Gian Michele Merloni ed Italo Cammarata all’Archivio di Stato di Milano.
Così apprendiamo che il 27 maggio del 1536 il Referendario di Tortona inviava al Governatore di Milano “25 robbiole unitamente a 45 tartufoli”. “Affinchè ne potesse godere per amor suo”, aggiungeva nella lettera di accompagnamento..
Un’altra volta, invece, il concittadino Raffaele Busseti, per caldeggiare un benigno intervento del Duca di Milano a favore della nomina a Vescovo di Tortona del congiunto Bartolomeo Busseti, allora parroco della chiesa di Santa Maria Canale, aggiungeva alla lettera di raccomandazione alcuni “tartupholi” scusandosi che fossero “pochi et non belli”. Ma, forse proprio per questo – ahimè – quella volta si rivelarono non sufficienti a raggiungere lo scopo ed il Busseti non salì sulla cattedra episcopale tortonese.
La “Cronaca di Tortona” di Tomeno Berruti, rinvenuta recentemente a Roma negli Archivi della Famiglia Doria da Padre Sergio Pagano (e pubblicata nel 2001 grazie alla sponsorizzazione della Banca Cassa di Risparmio di Tortona) è una straordinaria ed inedita descrizione del nostro territorio verso la fine del Cinquecento: in quelle pagine i tartufi sono citati frequentemente, presentati in quel linguaggio e in quello stile che a noi oggi può apparire assai pittoresco.
A proposito di Monleale scrive: “Il suo territorio dà trifole in quantità et olive bonissime”. A Brignano – ci ricorda – “si fa mercato il lunedì; vi concorre gran quantità di trifole et salvatici (= selvaggina), ultra le altre cose”. Risalendo la valle si raggiunge Dernice che “ha formenti, legumi et assai boni vini, bianchi et clareti, bonissimi per la estate; fruti assai di ogni sorte, castagneti in abbondanza; ha tertufole; vi si fa bono formagio”. Quindi, da Dernice, si raggiunge la vicina  Montebore che “fa vineti bianchi, ma ligeri et boni per la sete de la estate et per malati. Ha fruti assai, castagne et marroni in quantità, trifole in abbondanza; fa bonissimi formaggi pecorini”. Ed è sorprendente scoprire che nella campagna attorno alla stessa Tortona si potevano trovare tartufi. Scrive, infatti, il Berruti che: “vi sono anche di belli boscheti rogorini (di roveri), quali pur danno le trifole et li boleti (= funghi) saporiti, che tanto sono desiderati nel gran Milano”. Infatti ai primi del Seicento – ricordava Giuseppe Bonavoglia – veniva pubblicato un poemetto, “Cheribizo”, scritto in dialetto milanese, per illustrare la ricchezza e il benessere di cui già allora godeva questa città: ebbene, tra le leccornie offerte nelle botteghe di Milano figuravano anche i ‘tartufei A conferma del grande prestigio raggiunto da alcune specialità tortonesi, nell’opera “Piante delle Città, Piazze e Castelli Fortificati in questo Stato di Milano”, di G.B. Sesti, stampata nel 1708, a proposito di Tortona si legge che  “quelli che sono nella montagna, benchè vivano con qualche povertà, raccolgono delicati vini, tartufi, fonghi e varietà di Ancora nel Settecento, per dimostrare l’ossequio e l’omaggio dei Tortonesi verso il questore Azzati che proteggeva la città dalle angherie del fisco, il governo cittadino gli inviava quattro rubbi di robiolini dei più perfetti e qualche mese dopo partivano da Tortona alle stessa destinazione quattro dozzine di ‘prugnoli in olio (funghi) e ben due rubbi di ‘truffoli’. Un rubbo di ‘truffoli’ veniva mandato al Segretario Generale Rainoldi, ma l’incaricato non trovava a casa la famiglia di quest’ultimo e i ‘truffoli’ che si erano bagnati per viaggio, si guastarono e allora si acquistò altro rubbo di tartufi e si spedirono in fretta. Se pensiamo che un rubbo corrispondeva a circa 8 kg, si ha una chiara idea del valore di quell’omaggio.
Verso la fine del secolo (1789) usciva a Carmagnola un prezioso quanto rarissimo volumetto dal titolo “Della salubrità del clima di Tortona” in cui il medico tortonese Lorenzo Vachini, assieme al clima, esaltava le bellezze e le ricchezze naturali del nostro territorio. E non poteva non indugiare sui tartufi, dei quali veniamo a scoprire l’esistenza di un regolare mercato sulla piazza tortonese: “Quanto non è grande la raccolta de’ tartuffi, che in detto territorio, e principalmente nelle amenissime colline si scava, i quali e per lo squisito sapore avanzano quelli degli altri paesi, e in abbondanza si hanno, ed a discretissimo prezzo, e si mandano nelle vicine e lontane parti come particolare regalo? Quindi è che in diversi giorni della settimana, e principalmente ne’ due giorni di mercoledì e sabbato destinati ai frequentissimi mercati, molti forestieri compratori concorrono in detta Città, e facendo copiosa provvista di selvatici e tartuffi, con considerabile lucro in altri paesi, e principalmente nell’Alessandrino, Genovesato e Piacentino, li trasportano e vendono”.
Nell’Ottocento a parlare dei nostri tartufi è il “Dizionario Corografico dell’Italia – Gli Stati Sardi”, stampato a Milano nel 1854 presso Crivelli Giuseppe. I migliori sono individuati ad Avolasca, dove – si legge – “si coltivano i gelsi, crescono in gran copia i funghi e vi si trovano dei tartufi bianchi di squisita bontà”. E ancora, su un trattato di geografia (G. Strafforello “La mia Patria – La provincia di Alessandria”, Torino, 1890) scrive che una specialità delle colline tortonesi sono “gli eccellenti tartufi bianchi” e a proposito di Avolasca ancora aggiunge: “Vi si raccolgono in copia funghi saporiti e tartufi bianchi di sapore squisito”.
A partire dalla fine dell’Ottocento i tartufi apparvero regolarmente sul mercato settimanale di Tortona, per questo gli amministratori comunali ne disciplinarono la vendita, assieme ad altri prodotti che venivano dalla campagna. Secondo la riforma del mercato operata nel 1900, venditori ed acquirenti di tartufi si incontravano sotto i portici di Piazza Vittorio Emanuele (oggi Gavino Lugano), e questa posizione venne ancora confermata nei nuovi riordini del 1922 e del 1932: nella stessa piazza, assieme ai tartufi si trovavano funghi, selvaggina e pesci.
Quindi il rinomato tartufo del Tortonese, che integrava i magri bilanci di un tempo ed impreziosiva le tavole delle classi più ricche, ha sempre richiamato numerosi compratori.
Poi, per varie ragioni, il mercato del tartufo decadde, anche se la terra tortonese si rivelò sempre generosa dispensatrice del prezioso tubero. San Sebastiano Curone, con la sua fiera del Tartufo, è ormai inserita tra i grandi appuntamenti dell’autunno. Dall’anno scorso, grazie all’iniziativa dell’associazione ‘Via Fracchia è…’ in collaborazione con l’amministrazione comunale, a Tortona è stato ripristinato, con successo, il mercato del
tartufo. Si tratta di cinque appuntamenti al sabato pomeriggio, in Via Fracchia. E’ una lodevole iniziativa per  recuperare un’antica tradizione, per valorizzare uno dei prodotti tipici della nostra terra e, non ultimo, per dare nuova vitalità al centro storico cittadino.

Armando Bergaglio

NB.  Quanto sopra è stato scritto nel 2003, quindi il mercato dei tartufo cui si fa riferimento in chiusura dell’articolo risale al 2002. Dopo qualche edizione, data la diffusione di mercati del genere nella zona, forse anche per non danneggiare il mercato di San Sebastiano, è stato sospeso.

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