La discussione sull’autonomia differenziata riapre il confronto sul rapporto tra Stato e territori: se alle Regioni vengono affidati servizi essenziali come sanità e welfare, il tema è anche capire con quali risorse possano continuare a garantirli.
La discussione sull’autonomia differenziata torna al centro del confronto politico piemontese. A riportarla in primo piano sono la presidente del gruppo Pd in Consiglio regionale Gianna Pentenero e il consigliere regionale Mauro Calderoni, che contestano l’impostazione del Governo e sollevano una questione che va oltre lo scontro tra maggioranza e opposizione: chi deve garantire i servizi ai cittadini e con quali risorse?
È una domanda particolarmente importante per le Regioni, chiamate ogni giorno a occuparsi di sanità, trasporto pubblico, servizi sociali, formazione, politiche territoriali e molte altre funzioni che incidono direttamente sulla qualità della vita.
Il problema non è soltanto l’autonomia
Il confronto sull’autonomia differenziata viene spesso raccontato come una contrapposizione tra chi vuole più poteri alle Regioni e chi invece difende il ruolo dello Stato.
La questione, però, è più complessa.
La Costituzione prevede la possibilità di attribuire alle Regioni a statuto ordinario ulteriori forme e condizioni particolari di autonomia. La legge del 2024 che disciplina il percorso dell’autonomia differenziata è stata tuttavia oggetto di un importante intervento della Corte costituzionale.
Con la sentenza n. 192 del 2024, la Consulta ha dichiarato costituzionalmente illegittime diverse disposizioni della legge Calderoli, intervenendo, tra l’altro, sulla possibilità di trasferire intere materie, sulla procedura di determinazione dei Livelli Essenziali delle Prestazioni (LEP) e sul ruolo dell’iniziativa regionale. La Corte ha inoltre ribadito che, nelle future attribuzioni, dovrà essere rispettato il principio della corrispondenza tra funzioni e risorse.
Ed è proprio qui che si colloca uno dei nodi politici sollevati dal Pd piemontese.
Se le Regioni devono garantire il welfare, servono risorse adeguate
Sanità e welfare sono il punto concreto della discussione.
Per il cittadino, infatti, la distinzione tra competenze statali e regionali conta relativamente. Conta se trova un posto in ospedale, se riesce ad accedere a una prestazione sanitaria, se il trasporto pubblico funziona, se i servizi sociali riescono a rispondere alle situazioni di fragilità.
Molti di questi servizi sono organizzati o gestiti a livello regionale e locale. Questo significa che una parte importante della responsabilità ricade sui territori.
Da qui nasce una contraddizione che merita di essere discussa: si possono aumentare le responsabilità delle Regioni senza garantire contemporaneamente le risorse necessarie per esercitarle?
La risposta non può essere soltanto politica. È innanzitutto una questione di finanza pubblica e di organizzazione dello Stato.
La stessa Corte costituzionale, nella sentenza del 2024, ha ricordato che la determinazione dei LEP deve tradursi nella concreta garanzia delle prestazioni e che deve essere rispettato il principio costituzionale secondo cui alle funzioni attribuite devono corrispondere risorse adeguate.
Il rischio di una Regione responsabile ma senza strumenti
È questo il punto che rende il dibattito sull’autonomia particolarmente interessante anche per il Piemonte.
Una Regione può essere chiamata a rispondere politicamente dei risultati della sanità, dei trasporti o delle politiche sociali. Ma la capacità di intervenire dipende anche dalle risorse disponibili, dalle regole nazionali e dai margini effettivi di autonomia finanziaria.
Il problema, quindi, non è soltanto “più Stato o più Regione”.
Il problema è capire se il sistema istituzionale attribuisca a ogni livello di governo responsabilità, competenze e risorse in maniera coerente.
Se una funzione viene trasferita, ma le risorse non seguono adeguatamente quella funzione, il rischio è che il cittadino continui a rivolgersi alla Regione o al Comune per ottenere una risposta, mentre le possibilità concrete di intervento rimangono fortemente condizionate dalle decisioni assunte a livello nazionale.
Il Piemonte e il rapporto con Roma
Pentenero e Calderoni contestano proprio questa impostazione e accusano il presidente della Regione Alberto Cirio di non difendere sufficientemente gli interessi del Piemonte nei confronti del Governo.
È una valutazione politica del Partito Democratico, che va inserita nel più ampio confronto tra maggioranza regionale e opposizione.
Al di là delle posizioni dei partiti, però, resta una questione istituzionale: quanto spazio di decisione devono avere le Regioni e quanto devono essere messe nelle condizioni di esercitare concretamente le competenze che già possiedono?
La Corte costituzionale ha chiarito che l’autonomia differenziata non può essere costruita semplicemente attraverso il trasferimento di competenze, ma deve confrontarsi con i principi di unità, solidarietà, sussidiarietà e con la garanzia dei livelli essenziali delle prestazioni.
Il vero tema è il futuro del welfare territoriale
La discussione sull’autonomia rischia di rimanere confinata alle procedure istituzionali, alle competenze e ai rapporti tra Governo e Regioni.
Ma dietro queste parole ci sono servizi molto concreti.
La sanità pubblica, l’assistenza alle persone fragili, il trasporto pubblico, la formazione professionale, le politiche per il lavoro e il sostegno ai territori rappresentano una parte fondamentale del welfare italiano.
E qui emerge una domanda che riguarda non soltanto il Piemonte.
Se sempre più responsabilità vengono esercitate a livello regionale e locale, ma le risorse e una parte significativa delle decisioni rimangono concentrate a livello centrale, chi sarà realmente in grado di garantire il welfare di prossimità?
È probabilmente questo il punto sul quale dovrebbe concentrarsi il dibattito sull’autonomia: non soltanto sulla quantità di poteri da trasferire, ma sulla capacità concreta delle istituzioni territoriali di trasformare quei poteri in servizi.
Perché l’autonomia, alla fine, non dovrebbe essere soltanto una questione di competenze amministrative. Dovrebbe misurarsi sulla possibilità di dare risposte migliori ai cittadini, senza trasformare le differenze territoriali in differenze nei diritti.
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