Mentre monopattini, e-bike e ciclomotori vengono limitati elettronicamente, continuiamo a considerare normale vendere automobili capaci di superare di molto i limiti consentiti. Un paradosso culturale prima ancora che tecnico.
C’è una domanda piuttosto semplice che, curiosamente, compare molto raramente nel dibattito pubblico sulla sicurezza stradale: perché continuiamo a mettere in commercio mezzi capaci di raggiungere velocità che non potranno mai utilizzare legalmente?
È una questione tecnica, certo. Ma anche culturale.
Negli ultimi anni il tema della limitazione della velocità è diventato centrale. Si discute di controlli elettronici, di blocchi software, di limitatori automatici e dispositivi anti-manomissione. La logica sembra lineare: se la velocità è una delle principali cause di mortalità sulle strade, allora ridurre la velocità massima raggiungibile dovrebbe ridurre anche il rischio.
Difficile obiettare.
Anzi, in molti casi la limitazione tecnica viene ormai considerata quasi ovvia. Se un mezzo è progettato per muoversi nello spazio urbano, perché dovrebbe essere in grado di superare certe soglie? Perché lasciare accelerazioni sproporzionate? Perché affidarsi esclusivamente all’autocontrollo umano quando la tecnologia può intervenire direttamente?
Del resto i limitatori esistono già. Sono economici, precisi e soprattutto funzionano. Quando vengono installati, la velocità massima smette di essere una raccomandazione e diventa un limite reale, fisico.
L’idea piace molto. Piace ai legislatori, piace agli amministratori locali e piace anche ai commentatori televisivi che scoprono il tema della mobilità urbana ogni volta che un monopattino compare in un servizio del telegiornale accompagnato da musica drammatica e immagini tremolanti girate con lo zoom digitale.
Negli anni abbiamo sentito ripetere sempre gli stessi concetti: certi mezzi “sfrecciano”, “sono troppo veloci”, “non rispettano le regole”. E così via con limitazioni, centraline bloccate, controlli elettronici e soglie rigidissime. Perché la sicurezza viene prima di tutto.
E in effetti il ragionamento sembra filare perfettamente. Se un mezzo viene utilizzato in città, tra attraversamenti pedonali, scuole e semafori, allora è ragionevole impedirgli di raggiungere velocità incompatibili con l’ambiente urbano.
Giusto?
Anzi, verrebbe quasi da chiedersi perché questa logica non venga applicata ancora più rigidamente. Perché lasciare la possibilità di superare i limiti? Perché progettare mezzi capaci di prestazioni che non potranno mai essere usate legalmente? Dopotutto nessuno ha davvero bisogno di certe velocità nello spazio pubblico.
Eppure i concessionari continuano a venderli con orgoglio. “0-100 in 6 secondi”. “240 km/h”. “250 autolimitati”. Come se il problema fosse il limitatore e non il numero prima.
Ed è qui che arriva il dettaglio interessante. Le biciclette elettriche hanno un limite fisico alla velocità assistita. I monopattini elettrici hanno un limite fisico. I ciclomotori hanno un limite fisico.
Le automobili no.
L’unico mezzo che può circolare ogni giorno davanti a scuole, fermate del bus, attraversamenti e centri abitati viene venduto con velocità massime che superano tranquillamente il doppio dei limiti consentiti. E la cosa più sorprendente è che quasi nessuno lo trova strano.
Abbiamo interiorizzato talmente tanto l’idea dell’automobile come oggetto “normale” da non notare più l’assurdità tecnica della situazione. Un monopattino che supera i 25 km/h diventa immediatamente materia da emergenza nazionale; un SUV da due tonnellate capace di arrivare a 240 km/h viene pubblicizzato durante la partita della domenica sera con una voce profonda che parla di libertà.
Libertà di fare cosa, esattamente, resta poco chiaro. Perché, a voler essere pignoli, in Italia il limite massimo è 130 km/h.
Eppure continuiamo a considerare del tutto normale acquistare auto capaci di prestazioni che non potranno mai essere utilizzate legalmente.
Il paradosso è tutto qui: abbiamo deciso che alcuni mezzi devono essere limitati fisicamente perché potenzialmente pericolosi, ma non applichiamo lo stesso principio al mezzo che, statisticamente, provoca il maggior numero di morti, feriti e danni nello spazio pubblico.
Non perché sia impossibile. Perché culturalmente ci sembra inconcepibile.
E così il dibattito sulla velocità finisce spesso per concentrarsi sui mezzi più piccoli, più visibili e più “nuovi”, mentre ignoriamo completamente l’elefante parcheggiato in doppia fila nel salotto.
Che poi sarebbe anche il mezzo più veloce di tutti.
Questo articolo è stato pubblicato su Zona30.it con il titolo: Il veicolo che nessuno vuole limitare



