La morte di Jerry Prince ha toccato un nervo scoperto che a qualcuno ha fatto male

Alcune considerazioni a caldo sulla morte di Prince Jerry, nella speranza che queste non siano, né che vengano considerate, una strumentalizzazione politica.



Una morte silenziosaLa bara di Jerry Prince entra nella chiesa dell'annunziata a Genova

Riprendo un attimo il discorso della morte del chimico nigeriano, il fatto che sia avvenuta a Tortona mi dà l’occasione di farlo.

Lunedì scorso, Prince Jerry, un ragazzo come tanti, è morto sotto al treno Alessandria Milano, proprio mentre il convoglio stava entrando nella stazione ferroviaria della nostra città.

Stando alle testimonianze di chi lo conosceva bene, Prince si è suicidato perchè la nuova legge sulla sicurezza non gli garantiva più il permesso di soggiorno per motivi umanitari e la sua richiesta di asilo politico era stata rifiutata. Probabilmente Prince non sapeva che poteva fare ricorso perchè il Diritto italiano non prevede la retroattività per le nuove leggi, o forse il peso della nostra burocrazia è stato troppo grande per un ragazzo solo a migliaia di chilometri dalla sua famiglia. Questo lo scopriremo una volte che le indagini, già avviate, saranno concluse.

Prince aveva fatto tutto per benino, si era laureato al suo paese prima di intraprendere il viaggio che, sfidando le statistiche, lo ha portato vivo nel nostro Paese. Una volta in Italia non si era cullato sugli allori e aveva continuato a darsi da fare: aveva imparato la nostra lingua, faceva volontariato e trattava bene il prossimo. Aveva anche vinto alcune borse lavoro che gli hanno consentito di non pesare sugli altri per il proprio sostentamento. Contemporaneamente si era rimesso a studiare per poter convertire il suo titolo di studio. Un “pezzo di carta“, checchè se ne dica, è ancora in grado di cambiare la qualità della vita di una persona. Sia come Titolo, da giocarsi nei colloqui e nei concorsi di lavoro, che come “filtro” per interpretare la realtà.

Prince però non potrà spendersi per il resto della vita le sue carte conquistate con tanto sacrificio, tanto coraggio e tanta lungimiranza perchè è morto a 25 anni.

Se me lo consentite vorrei fare qualche considerazione su tutta questa vicenda. Non vi chiedo di leggerle, soprattutto se le considererete una strumentalizzazione della morte di un povero ragazzo.

Ammesso e non concesso che Prince non si sia suicidato, ma, sconvolto dalla telefonata fatta Genova, in cui gli si ricordava l’appuntamento con un mondo al quale lui, già da più di un mese, non apparteneva più, abbia avuto un momento di smarrimento che non gli ha fatto più neanche pensare che in quel momento stesse sopraggiungendo il treno e, con uno stato d’animo che ci è facile immaginare, abbia avuto una distrazione fatale. Voglio dire: noi “che viviamo sicuri nelle nostre tiepide case” e che andiamo in crisi se il comune non manda gli spazzaneve mezz’ora dopo che è iniziato a nevicare, riusciremmo ad affrontare una situazione che, improvvisamente, fa di noi dei fuorilegge e quindi ci toglie la sicurezza di una casa, di una comunità a cui appartenere, di un progetto di vita?

Un’altra considerazione che mi viene abbastanza di getto è quella che la morte di Prince è stata in grado di rendere pecorelle alcune testate giornalistiche che in occasioni simili sono solite avere l’atteggiamento da lupo. Mi fa specie e mi fa pensare che giornali molto vicini alla destra, quella peggiore, quella fascista, magari del terzo millennio ma pur sempre fascista, siano di punto in bianco diventate garantiste. Ma come, fino a ieri sugli immigrati dicevano peste e corna ed ora hanno tanto a cuore la morte di uno di loro? Mi puzza. È certo vero che non sappiamo ancora, se mai la sapremo, tutta la verità; ma è pur vero che in circostanze simili in passato si è sparato a zero e, con molti meno elementi di analisi, si è giunti ad una conclusione.

Un’ultima considerazione vorrei farla su Prince come uno dei tanti. Anche se Prince rappresentava evidentemente l’elite degli immigrati africani, quelli che “ce ne fossero“, che arrivano già istruiti nel nostro Paese e che sono pronti a contribuire con la loro opera intellettuale al suo sviluppo (e che probabilmente, proprio per questo, appena gli sarebbe stato possibile avrebbe raggiunto la sorella in Spagna, Paese sicuramente più attrattivo del nostro e in cui i titoli di studio hanno ancora un valore). Facciamo l’ipotesi che Prince non fosse laureato, facciamo l’ipotesi che Prince fosse arrivato qui da noi in condizioni molto più disperate, magari addirittura analfabeta, pronto a risalire la china come bracciante: prima agricolo, poi nel settore edile e quindi nell’industria, come è successo a molti immigrati dal sud e dall’est Italia quando io ero bambino. Facciamo anche l’ipotesi che la sua morte sia avvenuta a causa di un’incidente e non se la sia procurata da solo. Facciamo l’ipotesi che Prince sia finito sotto un treno per un tragico incidente. Questo ci solleverebbe da qualche responsabilità? Che Paese è un Paese che consente, dall’oggi al domani, a migliaia di giovani di vagare al suo interno come fantasmi? Che futuro ha un Paese che rende fuori legge, ma mantiene nel suo territorio, persone che a fatica e da tempo hanno incominciato un percorso di integrazione e improvvisamente si trovano soli e disperati? Come reagiranno al momento di sconforto, quanta rabbia stanno reprimendo e come la sfogheranno? Quanti altri Prince saremo costretti ad incontrare nei prossimi anni e quanti di noi saranno capaci di rispettare una legge che rende perseguibile chi offrirà loro un aiuto? Perchè un cittadino di un Paese che si considera civile deve essere messo difronte a una simile scelta?

Nel porgere un pensiero ai genitori di Prince, che non hanno potuto neanche assistere alle esequie di loro figlio, vorrei dire loro che la morte di Prince non è stata vana, perchè, forse per primo, Prince ha acceso l’attenzione su di un problema che non può più essere affrontato nascondendo la testa sotto la sabbia. Il timido Prince, nel silenzio di una morte solitaria, ha emesso un urlo in grado di scuotere le nostre coscienze.

Alla luce di quanto qui sopra esposto le parole con cui Primo Levi termina la sua Poesia “Se questo è un uomo” appaiono più un avvertimento che una minaccia:

“Meditate che questo è stato:
vi comando queste parole.
Scolpitele nel vostro cuore
stando in casa andando per via,
coricandovi, alzandovi.
Ripetetele ai vostri figli.
O vi si sfaccia la casa,
la malattia vi impedisca,
i vostri nati torcano il viso da voi.”

Foto: Repubblica.it

 

 



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