L’8 settembre, memoria della Resistenza e impegno civile sono stati al centro di una serata che ha portato a Viguzzolo testimonianze e riflessioni sulla guerra, da Gaza alle altre aree del mondo segnate dai conflitti. Tra gli ospiti il giornalista Domenico Quirico e rappresentanti di Emergency e della Global Sumud Flotilla.
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A Viguzzolo la memoria dell’8 settembre non è soltanto una ricorrenza da celebrare. Da 33 anni è un’occasione per interrogarsi sul significato della Resistenza e, soprattutto, su cosa significhi oggi scegliere da che parte stare di fronte alle guerre e alle crisi umanitarie.
È questo il filo conduttore della serata “In viaggio verso Gaza. Uniti nella resistenza ieri e oggi”, che ha riunito cittadini, giovani, associazioni e testimoni diretti di alcuni dei principali scenari di guerra contemporanei.
La memoria della Resistenza a Viguzzolo
La serata si è aperta con il richiamo alla storia di Viguzzolo e al ruolo avuto dalla comunità locale nella Resistenza.
Il sindaco ha ricordato come l’8 settembre rappresenti da sempre una data particolarmente significativa per il paese. Durante la lotta partigiana furono oltre cento, su una popolazione di circa 2.500 abitanti, le persone coinvolte nella Resistenza: 57 partigiani combattenti, 6 componenti del Comitato di Liberazione Nazionale e 37 patrioti delle squadre partigiane.
Un patrimonio di memoria che viene rinnovato ogni anno.
Giampaolo Bovone ha ricordato infatti come la commemorazione dell’8 settembre si svolga a Viguzzolo da 33 anni. La prima edizione risale al 1993, in occasione del cinquantesimo anniversario dell’8 settembre 1943, quando, insieme a Pierluigi Pernigotti e all’amministrazione comunale guidata da Mario Marini, venne organizzata una mostra-convegno dedicata ai partigiani viguzzolesi.
Nel corso degli anni il lavoro di ricerca ha inoltre permesso di aggiornare il numero dei partigiani del paese, arrivando oggi a 59.
Ma il modo di ricordare è cambiato.
Se nei primi anni erano soprattutto i protagonisti diretti della Resistenza a prendere la parola, oggi l’idea è quella di mettere a confronto quella memoria con le esperienze di chi, in contesti completamente diversi, si trova a testimoniare e praticare forme di solidarietà e resistenza civile.
Domenico Quirico: due popoli, due ragioni e una terra contesa
Tra gli ospiti della serata c’era Domenico Quirico, giornalista e scrittore de La Stampa, da decenni impegnato nel racconto dei conflitti internazionali.
Il suo intervento ha affrontato senza sconti la questione israelo-palestinese, partendo anche da una precisazione storica sul massacro di Sabra e Shatila del 1982. Quirico ha ricordato la responsabilità materiale delle milizie cristiane libanesi, distinguendola dalla responsabilità politica attribuita all’allora ministro della Difesa israeliano Ariel Sharon per aver consentito che il massacro avvenisse.
Ma il cuore del suo ragionamento è stato un altro: quanto è difficile, oggi, immaginare una soluzione al conflitto tra israeliani e palestinesi?
Secondo Quirico, nelle condizioni attuali, la possibilità di una convivenza sarebbe praticamente nulla. Una posizione volutamente netta, che parte dall’idea che due popoli rivendichino la stessa terra e che nessuno dei due sia disposto, oggi, a rinunciare alla propria pretesa sull’intero territorio.
Anche la formula dei “due popoli, due Stati”, ha sostenuto il giornalista, rischia di rimanere un’utopia se non si affrontano concretamente questioni come gli insediamenti israeliani nei territori occupati.
La tragedia delle due memorie
Per Quirico il conflitto non può essere letto semplicemente attraverso la contrapposizione tra una ragione e un torto.
È, piuttosto, una tragedia nella quale si confrontano due ragioni e due memorie.
Da una parte la memoria israeliana, segnata dalla Shoah e dalla necessità di trovare una terra nella quale un popolo potesse sentirsi al sicuro. Dall’altra quella palestinese, legata alla Nakba del 1948, alle espulsioni, alle case abbandonate, agli uliveti e a una memoria di perdita tramandata attraverso le generazioni.
Due popoli che, secondo la lettura proposta da Quirico, sono anche accomunati da una profonda solitudine.
È qui che il giornalista ha utilizzato una delle immagini più suggestive della serata, richiamando il mito di Orfeo ed Euridice.
Orfeo si volta indietro per guardare Euridice e, proprio quel gesto, gli fa perdere per sempre ciò che ama. Allo stesso modo, israeliani e palestinesi continuano a guardare indietro, verso le proprie ferite e verso quelle dell’altro.
La possibilità di un futuro, ha sostenuto Quirico, passerebbe allora dalla capacità di immaginare un “anno zero”, interrompendo la spirale del passato per provare a costruire una storia diversa.
Da Gaza alle missioni di Emergency
Il confronto non si è fermato all’analisi geopolitica.
La serata ha dato spazio anche a chi le conseguenze delle guerre le incontra direttamente sul campo.
Silvia Bona, volontaria e fisioterapista di Emergency, ha raccontato la propria esperienza, iniziata con una missione in Sierra Leone quando aveva 29 anni, e l’evoluzione dell’associazione nei suoi 31 anni di attività.
Un’esperienza che continua oggi in diversi Paesi e che comprende anche nuovi progetti di intervento sanitario e ricostruzione.
Particolarmente forte è stata la testimonianza di Amanda Prezioso, operatrice sanitaria di Emergency, collegata con la realtà di Gaza.
Il suo racconto ha portato la discussione dalla dimensione politica a quella quotidiana: quella di chi deve curare persone in condizioni di emergenza, con la mancanza di acqua pulita, la malnutrizione infantile e una situazione sanitaria profondamente compromessa.
Secondo quanto riferito durante l’incontro, nella clinica il personale arriva ad assistere circa 300 pazienti al giorno.
Numeri che aiutano a comprendere cosa significhi, concretamente, vivere dentro una guerra.
La Global Sumud Flotilla e la mobilitazione dal basso
Un’altra testimonianza è arrivata da Dina Perigia e Maria Elena D’Elia, che hanno raccontato l’esperienza legata alla Global Sumud Flotilla e al convoglio terrestre.
Nel loro intervento hanno ricordato anche il periodo trascorso nelle carceri libiche, durato quasi un mese, e il significato di una mobilitazione nata dal basso e sostenuta da realtà associative e dalla società civile.
Una testimonianza che ha riportato al centro un tema ricorrente durante tutta la serata: quello della partecipazione.
Non soltanto l’azione degli Stati e delle istituzioni, quindi, ma anche ciò che possono fare singoli cittadini, associazioni e comunità.
Dalla memoria all’impegno quotidiano
Nelle conclusioni, Domenico Quirico ha richiamato una distinzione che forse più di altre restituisce il significato delle testimonianze ascoltate durante la serata: vivere non è la stessa cosa che sopravvivere.
È una differenza che nei territori in guerra assume un significato drammatico, ma che può diventare anche una domanda per chi vive lontano dai conflitti.
Cosa significa, oggi, essere cittadini consapevoli? Quale responsabilità abbiamo di fronte a ciò che accade nel mondo? E soprattutto, cosa significa parlare di “resistenza” quando non si combatte una guerra?
La presenza di tanti giovani durante l’incontro è stata indicata dagli organizzatori come uno degli elementi più significativi della serata.
Perché la memoria della Resistenza non è soltanto il ricordo di ciò che è stato. Può diventare anche uno strumento per leggere il presente.
E forse è proprio questo il senso di una ricorrenza come quella dell’8 settembre a Viguzzolo: non limitarsi a ricordare chi ha resistito ieri, ma chiedersi che cosa possiamo fare noi, oggi, davanti alle ingiustizie e alle guerre del nostro tempo.
La registrazione video della serata
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