La discussione nata attorno alla ciclovia VENTO ha riportato al centro un tema importante: quale modello di mobilità e di sviluppo turistico vogliamo per il nostro territorio?
Il dibattito si è acceso dopo un intervento su Radio Gold in cui il professore di Fisica dell’Università del Piemonte Orientale, Pietro Antonio Grassi, critica la scelta di asfaltare alcuni tratti della ciclovia VenTo. A stretto giro è arrivata la replica di Claudio Pasero, che ha ricordato come VenTo sia stata concepita fin dall’inizio come una grande dorsale cicloturistica europea, destinata a sostenere un flusso turistico costante e accessibile a tutti, anche nelle diverse condizioni climatiche e stagionali.
Nota redazionale
Per arricchire il confronto riproponiamo alcuni contenuti di un intervento di Giuseppe Betti, già sindaco di Alluvioni Piovera, risalente a circa sette anni fa. Alcuni dati possono oggi essere cambiati, ma l’analisi tecnica e la visione strategica restano utili per comprendere perché il progetto sia stato pensato con determinate caratteristiche infrastrutturali.
La spina dorsale ciclabile del Nord Italia
VENTO è un’infrastruttura cicloturistica lunga circa 679 chilometri progettata per collegare Torino a Venezia seguendo il corso del Po.
Non si tratta di un semplice sentiero naturalistico, ma di una vera dorsale della mobilità dolce capace di attraversare 144 comuni, 13 province e 4 regioni, toccando decine di aree protette e territori ad alta vocazione culturale e paesaggistica.
Uno degli aspetti più interessanti del progetto è la straordinaria concentrazione di patrimonio storico e artistico lungo il percorso: oltre 1.300 beni culturali censiti, praticamente uno ogni due chilometri. Un patrimonio che rende questa ciclovia potenzialmente unica in Europa, soprattutto per la varietà di esperienze enogastronomiche, storiche e paesaggistiche che può offrire.
Il cicloturismo come economia del territorio
Negli ultimi anni il cicloturismo è diventato uno dei settori più dinamici del turismo europeo. Le biciclette a pedalata assistita hanno ampliato enormemente il pubblico potenziale, rendendo accessibili percorsi lunghi anche a persone meno allenate o a famiglie.
Questo significa presenze turistiche diffuse, pernottamenti, ristorazione, servizi, manutenzione e nuove opportunità economiche per i piccoli centri attraversati dalla ciclovia.
Secondo diversi studi europei, gli investimenti nelle infrastrutture ciclabili generano un impatto occupazionale superiore rispetto a molte opere stradali tradizionali. Ogni milione di euro investito in ciclabili genera circa 4,89 posti di lavoro. In Germania, nazione di riferimento, il settore della bicicletta impiega due persone ogni 1.000 abitanti.
È proprio questa la visione alla base di VENTO: trasformare il grande corridoio del Po in un’infrastruttura economica oltre che ambientale.
Per territori come il Tortonese e la Bassa Valle Scrivia, spesso fuori dai grandi flussi turistici tradizionali, una rete ciclabile efficiente potrebbe diventare un’occasione concreta di rilancio.
Sicurezza e qualità del percorso
Uno dei temi più discussi riguarda il manto della ciclovia. Il punto centrale, già evidenziato da Betti anni fa, è la differenza tra un semplice “itinerario ciclabile” — che utilizza strade secondarie condivise con le auto — e una vera pista ciclabile protetta e sicura.
Una dorsale europea deve poter essere percorsa da tutti: famiglie, bambini, anziani, cicloturisti stranieri e persone con e-bike o biciclette da viaggio cariche di bagagli. Per questo motivo molti tratti necessitano di superfici stabili, drenanti e facilmente manutenibili nel tempo.
L’asfalto, in questa visione, non rappresenta necessariamente una “cementificazione”, ma uno strumento tecnico per garantire continuità, sicurezza e accessibilità durante tutto l’anno.
La questione dei ponti
Uno degli ostacoli più complessi lungo il tracciato riguarda gli attraversamenti sul Po e sui suoi affluenti. Molti ponti esistenti non sono oggi sicuri per il traffico ciclabile oppure risultano vietati alle biciclette.
La soluzione proposta in diversi casi prevede passerelle laterali sospese, agganciate ai ponti esistenti, capaci di separare fisicamente il traffico motorizzato da quello ciclabile. Una scelta che permetterebbe di trasformare infrastrutture spesso percepite come semplici opere viarie in veri punti panoramici sul paesaggio del grande fiume.
Approfondimento: il caso del viadotto ENI
Un esempio emblematico è rappresentato dal vecchio viadotto ENI tra Isola Sant’Antonio e Molino dei Torti.
Si tratta di una struttura industriale dismessa che in passato ospitava un oleodotto e che oggi versa in condizioni di forte degrado. Il suo recupero a fini cicloturistici potrebbe però trasformarlo in un collegamento strategico tra la sponda lombarda e quella piemontese del Po, in un’area dove gli attraversamenti sicuri sono particolarmente rari.
Casi simili esistono in molte parti d’Italia: vecchi ponti ferroviari, strutture industriali abbandonate e infrastrutture obsolete potrebbero diventare risorse preziose per la mobilità dolce, il turismo lento e la valorizzazione del territorio.
Una visione che guarda al futuro
La vera sfida di VENTO non riguarda soltanto una pista ciclabile. Riguarda la capacità dei territori attraversati di immaginare un modello di sviluppo diverso, più sostenibile, distribuito e legato alla qualità della vita.
La domanda di turismo lento continua a crescere in tutta Europa. Il tema, quindi, non è soltanto se asfaltare o meno alcuni tratti, ma capire se il territorio sia pronto a cogliere un’opportunità che potrebbe generare economia, servizi e nuova attrattività per decenni.
Foto: Il Cittadino




