La FP CGIL di Alessandria interviene sul futuro del Servizio sanitario nazionale con una riflessione sul crescente peso della sanità privata. In un documento firmato da Vincenzo Costantino, funzionario con delega alla Sanità Pubblica, il sindacato sostiene che il problema non sia più stabilire se il privato debba entrare nel sistema sanitario, ma come governare un processo che, secondo la CGIL, è già ampiamente in atto.
COSA RIMANE DEL SSN SE E’ COSTRETTO A SUBIRE SEMPRE DI PIU’ IL PRIVATO?
Il grande equivoco italiano è continuare a descrivere il Servizio Sanitario Nazionale come una cosa pubblica quando purtroppo sta subendo una progressiva privatizzazione, dove il pubblico garantisce solo le urgenze e le cronicità, mentre tutto il resto diventa a pagamento. La parola “privato” la troviamo quando andiamo dal medico di famiglia, negli ambulatori, negli ospedali e nelle cliniche; nelle RSA, nei centri diagnostici e nei laboratori; dagli studi dentistici alle cooperative, dagli appalti alle mense, alle pulizie, alle manutenzioni, alle assicurazioni, ai fondi sanitari, alle prestazioni pagate di tasca propria sino ad arrivare ai pediatri di libera scelta.
Il primo “privato” è quello più invisibile. Il medico di medicina generale non è un dipendente del SSN: è un professionista convenzionato. Lo stesso vale per il pediatra di libera scelta. Sono retribuiti con risorse pubbliche, svolgono una funzione pubblica e rappresentano la porta primaria di accesso, ma non fanno parte della catena organizzativa delle aziende sanitarie. Non sorprende, se le Case della Comunità fanno fatica a decollare, se la presa in carico dei cronici spesso rimane un proposito, se il digitale procede a macchia di leopardo, se la continuità assistenziale somiglia più a un mosaico che a una rete. Abbiamo costruito il territorio su professionisti autonomi e poi pretendiamo che si operi come una piattaforma integrata. Qui sorgono spontanee tante domande che meriterebbero esaurienti risposte dagli addetti ai lavori!
Il secondo “privato” è quello accreditato: cliniche, ospedali, centri diagnostici, ambulatori specialistici, riabilitazione, lungodegenza, salute mentale, attività chirurgiche. Il cittadino entra spesso in una struttura privata, ma paga il SSN. Oppure pensa di essere “nel pubblico” perché ha l’impegnativa, mentre la prestazione è erogata da un soggetto privato. Non è questo lo scandalo; il privato accreditato può essere un alleato. Ma può anche trasformarsi in un “bancomat al contrario”: il pubblico paga, il privato decide, il cittadino attende.
Il terzo “privato” è quello delle RSA. Qui l’ipocrisia sfiora la crudeltà. L’anziano non autosufficiente è l’emblema del nostro welfare incompiuto: un po’ sanità, un po’ sociale, un po’ famiglia, un po’ retta, un po’ Regione, un po’ Comune, e moltissimo portafoglio della famiglia. Quando l’assistenza domiciliare non basta, quando il caregiver familiare cede, quando la demenza diventa ingestibile, quando l’ospedale dimette ma il territorio non funziona a pagare è sempre la famiglia.
Poi c’è un quarto “privato” il dentista. L’odontoiatria italiana è in gran parte privata. Il cavo orale è stato “espulso” dal corpo per ragioni di bilancio: i denti paiono appartenere non al diritto alla salute, ma al conto corrente. Se qualcuno rinuncia a una visita cardiologica, ci indigniamo. Se rinuncia al dentista, pazienza. Eppure la salute orale tocca alimentazione, dolore, infezioni, diabete, lavoro, autostima, relazioni sociali, dignità. Una bocca malata non è un tema estetico: è una frattura sociale.
Il quinto “privato” è quello pagato direttamente dal cittadino che se lo può permettere. Visite specialistiche, esami, risonanze, TAC, fisioterapia, psicoterapia, farmaci, odontoiatria, occhiali, assistenza domiciliare, logopedia, neuropsichiatria infantile, prevenzione, riabilitazione. Una comodità certo; una fuga dalle liste d’attesa, dai CUP che non rispondono, dalle agende chiuse, dal “non c’è posto”. Fuga da un pubblico che esiste sulla carta ma non sul calendario. Quando un cittadino paga una risonanza perché nel pubblico arriverebbe tra otto mesi, non sta scegliendo il mercato: sta comprando tempo per la propria salute. E nella sanità il tempo non è un dettaglio: è diagnosi, prognosi, dolore, sopravvivenza.
Il sesto “privato” abita dentro gli ospedali pubblici. Un ospedale pubblico oggi non funziona solo con personale pubblico: si regge su appalti, cooperative, fornitori, global service, manutenzioni, mense, pulizie, lavanderie, tecnologie, software, piattaforme digitali, logistica di tutto e di più. Il problema non è esternalizzare: è farlo senza intelligenza, senza controllo, senza competenza tecnica, senza misurare qualità, costi, dipendenze, rischi, risultati. Perché quando il pubblico perde competenza, non acquista più servizi: compra solo dipendenza.
La domanda vera, dunque, non è: “Quanto privato vogliamo nella sanità italiana, ma quanto privato c’è già, chi lo paga, chi lo governa, chi ne trae beneficio e chi rimane escluso? Il SSN è solo un’ immagine e al suo interno il vuoto di prestazioni di professionisti che ogni giorno decidono di andarsene dal pubblico al privato o decidere di intraprendere la libera professione e, per quelle poche famiglie che se lo possono permettere, pagare per curarsi. Chi invece non può, resta fermo aspettando una prenotazione impossibile!
Non si tratta di cacciare il privato: sarebbe ridicolo, impraticabile e spesso dannoso. Si tratta di smettere di subirlo. Serve un patto limpido e chiaro con il privato che lavora per il SSN che deve rispettare regole pubbliche con stessi standard, stessi dati, stessi controlli, pari obblighi di trasparenza sugli esiti, identica responsabilità nei percorsi. Non può prendersi solo la parte facile, remunerativa, programmabile, lasciando al pubblico urgenze, complessità, cronicità, fragilità e fallimenti.
La sanità del futuro si governa mettendo in atto percorsi condivisi tra pubblico e privato nella piena trasparenza e con interventi strutturali in grado di garantire qualità nel lavoro e nell’assistenza. Senza dati certi, il pubblico è destinato a contrattare al buio e si sa, chi contratta al buio perde sempre.
Occorre quindi distinguere il privato utile da quello parassitario; il vero problema e che si continua a difendere a parole una sanità pubblica che nei fatti obbliga milioni di cittadini a pagare. Continuiamo a denunciare la privatizzazione mentre la utilizziamo ogni giorno per tappare i buchi. Continuiamo a proporre modelli di welfare in cui l’accesso alle cure è garantito dall’art.32 della costituzione a tutti i cittadini, poi accettiamo che l’accesso dipenda sempre più da reddito, regione sociale, relazioni, assicurazioni, capacità di orientamento.
Il Servizio sanitario nazionale non sarà distrutto dal privato in quanto tale. Sarà distrutto dall’ipocrisia. Dalla retorica pubblica e dalla pratica privata. Dai diritti scritti e dalle agende chiuse. Dalle Case e Ospedali della Comunità senza comunità professionale. Dai pronto soccorso pieni e dai centri privati affollati. Dai reparti ospedalieri sempre più in difficoltà perché mancano gli operatori sanitari. Dalle liste d’attesa infinite e dalle carte di credito immediate. Il privato nella sanità italiana incide già moltissimo. La scelta non è se farlo entrare: è già entrato, si è seduto, lavora, fattura, cura, sostituisce, integra, talvolta salva e talvolta approfitta. Ora bisogna decidere chi comanda. Perché se il pubblico governa, il privato può essere una leva. Se il pubblico arretra, il privato diventa il sistema. E a quel punto non avremo più un Servizio sanitario nazionale con una componente privata. Avremo una sanità privata con un residuo pubblico per chi non può permettersi altro. Non bastano piccole riforme e aggiustamenti: bisogna recuperare la cultura dell’importanza della salute pubblica, da cui dipendono forza e prosperità di una nazione.
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Vincenzo Costantino
Segreteria FP CGIL AL
Funzionario con Delega Sanità Pubblica




