La richiesta di estendere la cassa integrazione riaccende la mobilitazione dei lavoratori dell’ex Ilva. A Genova la protesta è arrivata fino all’aeroporto Cristoforo Colombo, mentre in Piemonte i sindacati chiedono garanzie per gli stabilimenti di Novi Ligure, Racconigi e Gattinara. Il 21 ottobre la Regione Piemonte riunirà le parti, mentre il confronto con il Governo è fissato per il 27 ottobre.
La crisi dell’ex Ilva torna a preoccupare i lavoratori e i territori in cui il gruppo siderurgico è presente. A Genova, lunedì 19 ottobre, la tensione è salita fino all’occupazione dell’aeroporto Cristoforo Colombo da parte dei dipendenti dello stabilimento di Cornigliano. Una protesta nata dopo la comunicazione di una nuova richiesta di cassa integrazione e conclusa nel tardo pomeriggio, quando è arrivata la conferma di un confronto con il Governo per il 27 ottobre.
La mobilitazione riguarda da vicino anche il Piemonte. Gli stabilimenti di Novi Ligure, Racconigi e Gattinara sono parte di una filiera industriale che non può essere considerata separatamente dalle difficoltà del grande impianto di Taranto. Per questo Fim, Fiom e Uilm regionali chiedono una strategia industriale credibile, capace di garantire la continuità produttiva e la salvaguardia dell’occupazione.
Il prossimo appuntamento è fissato per mercoledì 21 ottobre alle ore 9, quando si riunirà il tavolo di crisi presso la Regione Piemonte, a Torino. I lavoratori degli stabilimenti piemontesi sono attesi per un presidio davanti al Grattacielo della Regione.
Ex Ilva, perché i lavoratori hanno occupato l’aeroporto di Genova
La giornata di protesta è cominciata davanti allo stabilimento di Cornigliano. Dopo un’assemblea ai cancelli, i lavoratori hanno raggiunto in corteo l’aeroporto Cristoforo Colombo, entrando nell’area partenze e annunciando l’occupazione dello scalo.
All’origine della mobilitazione c’è la comunicazione dei commissari straordinari relativa all’ampliamento della cassa integrazione straordinaria. Secondo quanto riferito dai rappresentanti sindacali, nei giorni precedenti erano state fornite rassicurazioni sulla continuità produttiva e sulla disponibilità di materiale necessario per mantenere attive le lavorazioni.
La successiva comunicazione di una nuova richiesta di cassa integrazione è stata interpretata dai lavoratori come un passo indietro rispetto agli impegni assunti. La preoccupazione riguarda soprattutto la disponibilità dei coils, i rotoli di acciaio che rappresentano una materia prima fondamentale per le attività dello stabilimento genovese.
Senza approvvigionamenti adeguati, infatti, il problema non riguarda soltanto il numero di dipendenti temporaneamente sospesi dal lavoro. La riduzione delle forniture può compromettere il funzionamento dei reparti e, progressivamente, la stessa continuità delle attività industriali.
Durante la protesta, i lavoratori hanno lasciato un corridoio per consentire il passaggio dei passeggeri. La mobilitazione ha comunque portato la vertenza al centro dell’attenzione pubblica, con una richiesta rivolta direttamente al Governo: ottenere garanzie scritte e verificabili, non soltanto rassicurazioni.
La protesta si è conclusa, ma la vertenza resta aperta
Nel corso della giornata i rappresentanti dei lavoratori hanno incontrato la prefetta di Genova, Cinzia Torraco, in collegamento con i commissari straordinari. Il confronto non ha inizialmente prodotto le risposte attese dalle organizzazioni sindacali.
Nel tardo pomeriggio è arrivata però una comunicazione del Ministero del Lavoro relativa a un nuovo incontro a Palazzo Chigi, previsto per il 27 ottobre. Fino a quella data, secondo quanto comunicato, la cassa integrazione straordinaria nello stabilimento genovese resterà limitata a 280 dipendenti, senza l’estensione a 870 lavoratori.
I dipendenti hanno quindi deciso di togliere il presidio dall’aeroporto.
La conclusione dell’occupazione non equivale, tuttavia, alla soluzione della crisi. Il nodo degli approvvigionamenti, le prospettive produttive e le garanzie occupazionali dovranno essere affrontati nei prossimi incontri.
Vedi: Lavoratori ex Ilva bloccano l’aeroporto a Genova, poi la protesta rientra e Ex Ilva, terminata l’occupazione dell’aeroporto di Genova
Cassa integrazione ex Ilva: da 4.000 a oltre 8.000 lavoratori coinvolti
La situazione genovese si inserisce in un quadro nazionale ancora più complesso.
Sabato 17 ottobre è emersa la richiesta dei commissari straordinari di Acciaierie d’Italia di ampliare il ricorso alla cassa integrazione straordinaria fino a un massimo di 8.622 lavoratori. La richiesta è legata anche alle conseguenze del provvedimento giudiziario che riguarda l’attività produttiva dell’area a caldo dello stabilimento di Taranto.
La prospettiva di un coinvolgimento di oltre ottomila dipendenti ha riacceso le preoccupazioni sindacali, perché una misura nata per affrontare una fase di difficoltà rischia di diventare il segnale di una crisi industriale senza una soluzione di lungo periodo.
I sindacati contestano soprattutto l’assenza di certezze sul futuro produttivo del gruppo. La cassa integrazione può offrire una tutela temporanea al reddito, ma non può sostituire un piano industriale che indichi quali impianti resteranno operativi, quali investimenti saranno realizzati e come verranno salvaguardati i posti di lavoro.
È questo il punto che accomuna le proteste di Genova e le preoccupazioni espresse in Piemonte.
Il nodo di Taranto: domani l’udienza in Cassazione
Una parte importante del futuro dell’ex Ilva passa da Taranto, dove si concentra il principale impianto siderurgico del gruppo.
La Corte d’Appello di Milano aveva disposto nel luglio 2026 la sospensione dell’attività produttiva dell’area a caldo, con riferimento alle questioni ambientali e alla tutela della salute. Il provvedimento è stato successivamente confermato dalla stessa Corte, che ha respinto le richieste di sospensione presentate dalle società coinvolte.
Per domani, martedì 20 ottobre, è fissata davanti alle Sezioni Unite della Corte di Cassazione l’udienza sui ricorsi presentati contro il provvedimento.
La vicenda giudiziaria è particolarmente delicata perché coinvolge esigenze che non possono essere ignorate: da una parte la continuità di un’attività industriale strategica e la tutela dell’occupazione; dall’altra il diritto alla salute e a un ambiente salubre.
L’esito del procedimento è atteso con attenzione anche dai lavoratori degli altri stabilimenti, perché le decisioni relative a Taranto possono avere conseguenze sull’organizzazione produttiva dell’intero gruppo.
Alla data di lunedì 19 ottobre, l’udienza deve ancora svolgersi e non è quindi possibile anticiparne l’esito.
Ex Ilva in Piemonte: perché Novi Ligure, Racconigi e Gattinara sono coinvolte
La crisi non riguarda soltanto la Puglia e la Liguria. In Piemonte il gruppo è presente con realtà industriali che hanno un ruolo importante nell’economia locale e nella filiera siderurgica.
Novi Ligure rappresenta un presidio produttivo di particolare rilievo per il territorio alessandrino. La sua attività si inserisce in una rete industriale che coinvolge lavoratori, famiglie, fornitori e imprese dell’indotto.
Racconigi, nel Cuneese, è un altro stabilimento interessato dalla vertenza. Anche qui il futuro produttivo è legato alle scelte che saranno compiute a livello nazionale e alla possibilità di mantenere attive le lavorazioni.
Gattinara, nel Vercellese, è coinvolta attraverso Sanac, realtà collegata alla filiera dei materiali refrattari, indispensabili per numerosi processi industriali ad alta temperatura.
Per questi territori la crisi dell’ex Ilva non è soltanto una questione che riguarda i bilanci di un grande gruppo. È una questione di lavoro, competenze professionali, indotto e prospettive economiche.
La chiusura o il progressivo ridimensionamento di uno stabilimento può produrre conseguenze che vanno ben oltre i dipendenti direttamente coinvolti. Le ricadute possono interessare i fornitori, i servizi locali e le famiglie che dipendono da quell’attività.
È anche per questo che le organizzazioni sindacali insistono sulla necessità di affrontare la vertenza come un problema nazionale, evitando che ogni sito venga valutato separatamente e senza una prospettiva complessiva.
Mercoledì 21 ottobre il tavolo di crisi alla Regione Piemonte
In questo scenario si colloca la convocazione del tavolo di crisi piemontese, prevista per mercoledì 21 ottobre alle ore 9 presso il Grattacielo della Regione, in piazza Piemonte a Torino.
All’incontro sono chiamati a partecipare i rappresentanti istituzionali, le organizzazioni sindacali e le realtà coinvolte nella vertenza. È previsto anche il coinvolgimento dei rappresentanti delle istituzioni e dei sindacati liguri, proprio per sottolineare il legame tra gli stabilimenti del Nord-Ovest.
In occasione del tavolo, Fim Fiom Uilm regionali hanno annunciato un presidio dei lavoratori degli stabilimenti piemontesi, con striscioni nel piazzale antistante la sede regionale.
Nel loro comunicato, le organizzazioni sindacali giudicano inaccettabile l’aumento dei lavoratori coinvolti dalla cassa integrazione e chiedono che gli impegni sulla continuità produttiva siano rispettati.
La loro richiesta è chiara: mantenere aperti gli stabilimenti, a partire da Novi Ligure, Racconigi e Sanac di Gattinara, e costruire una strategia industriale pluriennale.
Il tavolo regionale dovrà quindi misurarsi con una questione concreta: quali garanzie possono essere offerte ai lavoratori piemontesi mentre il quadro nazionale resta incerto?
Il confronto del 21 ottobre sarà anche l’occasione per ribadire che le sorti degli impianti del Piemonte non possono essere considerate marginali rispetto alle decisioni che riguardano Taranto.
Il 27 ottobre il confronto a Palazzo Chigi
Il calendario dei prossimi giorni sarà decisivo per comprendere se la mobilitazione riuscirà a ottenere risposte più concrete.
Il primo appuntamento è quello del 20 ottobre in Cassazione, relativo alla vicenda giudiziaria dello stabilimento di Taranto. Il giorno successivo sarà la volta del tavolo regionale piemontese, con il presidio dei lavoratori.
Il 27 ottobre è invece previsto il confronto a Palazzo Chigi, al quale le organizzazioni sindacali guardano come a un passaggio fondamentale per ottenere impegni politici sul futuro del gruppo.
La richiesta non riguarda soltanto il contenimento della cassa integrazione. I sindacati chiedono un piano industriale credibile, investimenti e una presenza pubblica forte, capace di accompagnare la transizione ecologica e di tutelare l’occupazione.
Resta da verificare quali impegni saranno formalizzati e, soprattutto, con quali tempi potranno essere attuati.
Per i lavoratori, infatti, la differenza tra un annuncio e una garanzia concreta si misura nella possibilità di continuare a lavorare, mantenere le competenze professionali e guardare al futuro senza vivere nell’incertezza.
Il futuro dell’ex Ilva non riguarda soltanto gli operai
La vicenda dell’ex Ilva pone una domanda che va oltre il destino di una singola azienda: quale politica industriale vuole perseguire l’Italia e quale ruolo intende assegnare alla siderurgia nazionale?
L’acciaio è una materia prima fondamentale per numerose filiere produttive. La continuità degli impianti, la disponibilità delle forniture e la capacità di investire in tecnologie meno inquinanti hanno conseguenze sull’intero sistema economico.
Ma una strategia industriale non può essere valutata soltanto in termini di produzione. Deve considerare anche la sicurezza degli impianti, la tutela della salute, la sostenibilità ambientale e le ricadute sociali delle decisioni.
Non è sufficiente annunciare una transizione ecologica se, nel frattempo, i lavoratori non sanno quale sarà il futuro del proprio stabilimento. Allo stesso modo, la salvaguardia dell’occupazione non può prescindere dalla necessità di garantire condizioni ambientali e di sicurezza adeguate.
La sfida è trovare una soluzione che tenga insieme questi obiettivi, attraverso investimenti, responsabilità pubbliche e impegni verificabili.
Per Novi Ligure, Racconigi e Gattinara, come per Genova e Taranto, il punto decisivo sarà capire se alle parole seguiranno scelte industriali in grado di dare continuità al lavoro.
I prossimi giorni diranno se il confronto tra Governo, istituzioni e sindacati saprà trasformare le promesse in garanzie concrete. Per i lavoratori dell’ex Ilva e per i territori che vivono attorno ai suoi stabilimenti, non si tratta soltanto di una vertenza industriale: è una questione di futuro.
Foto: FIOM CGIL
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