Voghera, arrestato un 19enne: neonazismo e banalità del male

La banalità del male, ai tempi dei social, può indossare una maglietta nera, esibire una svastica e scambiare la storia per un videogioco.

All’alba di lunedì, gli agenti della Digos di Milano e Pavia hanno arrestato a Voghera un diciannovenne che era già sotto osservazione per la sua attività online negli ambienti dell’estrema destra. Nella sua abitazione sono state sequestrate armi da fuoco, coltelli e altro materiale offensivo, oltre a bandiere, cimeli e simboli nazifascisti. Al giovane vengono contestate, tra le altre, ipotesi di reato legate alla propaganda e all’istigazione all’odio razziale e alla detenzione di armi.

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Siamo di fronte a un pericoloso estremista o a uno dei tanti ragazzotti che giocano a fare i cattivi, convinti che basti una svastica per sentirsi importanti?

La risposta spetta agli investigatori e alla magistratura. Ma una riflessione possiamo farla: quanto è facile, oggi, flirtare con un immaginario criminale senza rendersi conto di ciò che rappresenta?

Il fascino discreto del cretino in uniforme

Mettiamoci nei panni del nostro ipotetico aspirante superuomo.

Hai diciannove anni. Mentre i tuoi coetanei cercano di fare colpo sulla ragazza carina, organizzare un viaggio con gli amici senza finire al verde o scegliere la facoltà universitaria giusta, tu hai già trovato la soluzione a tutti i tuoi problemi: il nazismo.

Geniale, no?

Altro che crisi esistenziale: hai trovato un’identità, una divisa e pure un nemico. Basta aggrapparsi a qualche simbolo, recuperare un po’ di estetica paramilitare e convincersi di appartenere a una razza di eletti. Naturalmente incompresi, naturalmente superiori, naturalmente circondati da nemici.

È il fascino discreto del cretino in uniforme: trasformare le proprie insicurezze in superiorità e le proprie frustrazioni in odio.

Peccato che dietro aquile, svastiche e cimeli non ci sia un videogioco da mettere in pausa quando arriva la mamma a chiamarti per cena. Ci sono persecuzioni, famiglie sterminate, bambini assassinati. Una storia che non diventa meno atroce perché qualcuno decide di indossarla come un costume.

1488: non è un codice da sfigati, è un simbolo d’odio

Il numero 1488 è un codice utilizzato negli ambienti neonazisti e suprematisti bianchi. Il 14 richiama le cosiddette Fourteen Words, uno slogan suprematista; l’88 rimanda a «Heil Hitler», perché H è l’ottava lettera dell’alfabeto.

Non è una password inventata per entrare in un server di gioco, ma un riferimento riconoscibile a un preciso immaginario ideologico.

Naturalmente, un numero isolato non dimostra l’appartenenza di qualcuno a un movimento estremista: conta il contesto. Ma un simbolo adottato consapevolmente non diventa innocuo solo perché chi lo esibisce sostiene di voler provocare.

L’ignoranza non è un’assoluzione automatica. E la provocazione non cancella la storia.

La banalità del male versione TikTok

Hannah Arendt utilizzò l’espressione banalità del male per riflettere su come crimini enormi possano essere favoriti anche dall’incapacità o dal rifiuto di interrogarsi sul significato morale delle proprie azioni.

Non significa che ogni estremista sia un Eichmann in miniatura. Significa che il male non ha sempre la faccia del mostro: può nascondersi nel conformismo, nell’obbedienza al gruppo, nella rinuncia a pensare.

Oggi può trovare terreno fertile nei meme, nelle chat e nelle provocazioni trasformate in gare a chi la spara più grossa. Si comincia con una battuta, si passa al simbolo, poi arriva il gruppo che applaude. E alla fine tutto si giustifica con un «stavamo scherzando».

Non sappiamo se sia andata così a Voghera. Sarebbe scorretto inventare le motivazioni del ragazzo. Ma quando l’odio diventa intrattenimento, il confine fra la posa e la convinzione può farsi pericolosamente sottile.

Pericoloso terrorista o bimbominkia?

La domanda del titolo è volutamente brutale. Ma non basta essere immaturi per essere innocui, così come esibire simboli nazisti non dimostra, da solo, l’intenzione di passare alla violenza.

Il ragazzo potrebbe aver sottovalutato la gravità delle proprie azioni. Oppure sapere benissimo quello che faceva. Saranno le indagini a chiarirlo.

Liquidare tutto con un «sono ragazzi, fanno stupidaggini» sarebbe però altrettanto superficiale. A diciannove anni si può essere ingenui, confusi e in cerca di un’identità. Non per questo tutto diventa una bravata.

E allora, per tornare alla domanda iniziale: se a diciannove anni hai bisogno di una svastica per sentirti qualcuno, forse il problema non è soltanto quanto tu sia pericoloso. È che sei messo peggio di quanto pensi.

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