Dopo la tragedia di Amendolara, in Calabria, il Presidio Permanente di Castelnuovo Scrivia invita a riflettere sulle responsabilità che si nascondono dietro il sistema del caporalato: non solo i caporali, ma anche aziende, filiere e distribuzione.
Si chiamavano Ullah Ismat Quiem, 19 anni, Waseem Khan, 29 anni, Amin Fazal Khogjani, 28 anni, e Safi Layiad, 27 anni. Tre braccianti afghani e un pakistano costretti a raccogliere frutta e verdura per 12-13 ore al giorno sotto il sole, senza diritti, senza contratto e senza ricevere il salario dovuto.
Secondo le ricostruzioni, i caporali che controllavano quel sistema di sfruttamento li avrebbero bruciati vivi all’interno della loro auto presso una stazione di servizio IP di Amendolara, in provincia di Cosenza, dopo una loro ribellione.
Erano in cinque. Quattro sono morti carbonizzati. Il quinto, Taj Mohammad Alamyar, anch’egli afghano, è riuscito a salvarsi e ha raccontato, terrorizzato, ai giornali e alle televisioni il ruolo della mafia afghana nelle campagne e il sistema di schiavitù a cui lui e i suoi compagni erano sottoposti.
Chi trae profitto dal caporalato?
La domanda che dovremmo porci è semplice: per chi lavoravano questi caporali?
Lavoravano per aziende agricole formalmente regolari che, a loro volta, rifornivano di frutta e verdura i punti vendita della grande distribuzione organizzata.
È un meccanismo che non riguarda soltanto il Sud Italia. È un sistema che attraversa l’intero Paese, dal Meridione al Settentrione.
Non è vero, come sostengono alcune organizzazioni agricole, che il sistema sia sano e che esistano soltanto poche “mele marce”. Limitandoci al Piemonte, il fenomeno è stato segnalato a Saluzzo, nell’Astigiano, nell’Albese, a Carmagnola, nelle campagne torinesi, nelle risaie del Novarese e anche in Bassa Valle Scrivia.
Un sistema che coinvolge tutti
Secondo le Nazioni Unite, circa metà della forza lavoro agricola italiana è composta da lavoratori migranti, spesso in condizioni di forte precarietà. Una manodopera che rappresenta uno degli ingranaggi fondamentali del sistema agroalimentare nazionale.
Anche noi consumatori siamo parte del problema.
Quando ci sediamo a tavola dovremmo chiederci cosa si nasconde dietro un bicchiere di vino o un’insalata di pomodori. Quali condizioni di lavoro hanno reso possibile quel prodotto? Chi ha raccolto quella frutta o quella verdura?
Più volte abbiamo denunciato questo sistema perverso, anche attraverso il libro Schiavi Mai!. Tuttavia, siamo convinti che, come spesso accade, l’attenzione mediatica durerà pochi giorni per poi spegnersi.
Una legge che resta sulla carta
Dal 2016 esiste la legge 199, nata con l’obiettivo di colpire non soltanto i caporali, ma anche le aziende che ne utilizzano i servizi.
Eppure la sua applicazione appare ancora insufficiente.
Quante volte leggiamo sui giornali il nome di un caporale? E quante volte, accanto a quel nome, troviamo quello di un proprietario terriero o di un imprenditore agricolo che trae vantaggio da quel sistema?
Affrontare il caporalato significa colpire l’intera filiera dello sfruttamento, non soltanto il suo anello più visibile.
Le responsabilità delle imprese e della filiera
Occorre contrastare con decisione questo sistema criminale, ma anche interrogarsi sul ruolo delle imprese agricole.
Serve inoltre una riflessione sulle norme che regolano l’immigrazione e il lavoro stagionale. Secondo il Presidio Permanente di Castelnuovo Scrivia, la legge Bossi-Fini e i meccanismi dei decreti flussi contribuiscono a mantenere molti lavoratori in condizioni di vulnerabilità e ricattabilità.
I dati mostrano che solo una parte di coloro che entrano in Italia attraverso il decreto flussi riesce effettivamente a ottenere il contratto di lavoro promesso. Cosa accade a tutti gli altri?
Una volta arrivati nel nostro Paese, molti finiscono nelle mani dei caporali.
I quattro protagonisti dello sfruttamento
Quando si parla di caporalato si tende a concentrarsi esclusivamente sui caporali. In realtà, secondo il Presidio Permanente di Castelnuovo Scrivia, le responsabilità sono distribuite tra più soggetti.
C’è il datore di lavoro che beneficia di manodopera sottopagata e sfruttata. Ci sono i professionisti e le organizzazioni che assistono le aziende e conoscono le condizioni reali dei lavoratori. E c’è la grande distribuzione organizzata, che impone prezzi e condizioni lungo tutta la filiera.
Come ricordava l’attivista americana Fannie Lou Hamer:
A fronte di ogni caporale, c’è sempre un’azienda che si rivolge a lui.
Gli schiavi lavorano, i caporali controllano e i padroni guadagnano.
Castelnuovo Scrivia, 3 giugno 2026
Presidio Permanente di Castelnuovo Scrivia
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